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martedì 26 gennaio 2010

Dove eravamo rimasti?


Cosa spinge a riaprire un blog ogni volta che un elemento di disturbo esterno (un hacker, una denuncia, una minaccia ben articolata, un processo...) ce ne fa chiudere uno? Semplice: la voglia di scrivere, di comunicare, di poter esprimersi. Marina, un po' di tempo fa, ha scritto che chiudo più blog di quanti ne apra. Ha ragione al 50%: li apro io; li chiude qualcun altro, in un modo o in un altro.

Da quando ho cominciato, quattro anni fa, sotto un altro nick, le cose sono cambiate notevolmente, le libertà si sono ristrette e i soffocatori della libera espressione sono ogni giorno più arroganti ed invasivi. Ma noi siamo ancora qui e per dimostrare che le intimidazioni, le minacce, i vetri dell'auto sfondati, le parcelle e gli avvocati in completo Tincati non ci chiuderanno la bocca ho recuperato tutti i post di tutti i miei precedenti blog, compresi quelli che sono tanto piaciuti alla magistratura.

Quando i nostri nipoti ci chiederanno conto di questi giorni, di questa lunga notte della Repubblica, e ci domanderanno cosa facevamo per evitarlo, potremo rispondere: io lo dicevo. E non importa se da qui ad un mesetto dovremmo rivederci su un altro blog ancora.
(26/01/2010)

martedì 27 gennaio 2009

Pronta la legge per censurare il web

Berlusconi è contro le intercettazioni delle sue telefonate ma è pronto ad intercettare tutti i nostri pensieri. E' davvero la casa delle libertà...



da repubblica.it di oggi:


"Contro i pirati, censura web"


E' una bozza ma è già polemica











E' arrivata al comitato governativo (sembra messa a punto dalla Siae) la proposta di legge contro la pirateria digitale e ha scatenato l'inferno in rete. A farne le spese potrebbero essere non solo gli utenti ma anche "soggetti come YouTube, a tutto vantaggio di Mediaset e delle altre tv"
ALESSANDRO LONGO











UNA PROPOSTA di legge che, combattendo la pirateria digitale, spinge verso una censura del web. Una censura dall'alto, con un rigore mai visto prima in Italia. E a farne le spese potrebbero essere non solo gli utenti ma anche soggetti come YouTube, a vantaggio di Mediaset e delle emittenti che sentono violati i propri diritti d'autore.




Sono questi aspetti che stanno facendo divampare le polemiche, in rete, sulla prima proposta di legge arrivata al neonato Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale. Il documento è trapelato sul web e pubblicato da Altroconsumo, associazione dei consumatori, che lo boccia allarmata: "Il provvedimento appare arcaico, protezionista e contrario agli interessi dei consumatori e dell'innovazione del mercato digitale".




"Ad inquietare sono numerosi punti di quella proposta", spiega a Repubblica.it Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di internet in Italia. "Per prima cosa, si dà una delega in bianco al governo, per attuare nuove misura a difesa del diritto d'autore. I imponendo responsabilità, in caso di violazione, a utenti e a"prestatori di servizi della società dell'informazione". Chi sono questi soggetti? "Nella proposta si parla anche di provider internet, che però per il diritto comunitario, recepito in Italia, non possono essere responsabili di quanto fatto dai propri utenti. Pensiamo allora che la proposta voglia attribuire responsabilità, ora non certe sul piano giuridico, a soggetti come YouTube e a fornitori di hosting".

"Se passasse questa proposta, certo YouTube perderebbe la causa contro Mediaset e altre emittenti che lo denunciano per la presenza di materiale pirata sul portale", aggiunge Scorza. YouTube (e altri portali analoghi) chiuderebbe in Italia, subissato da cause perse, o sarebbe a cambiare molto il servizio solo per gli italiani.




La proposta non parla di misure contro gli utenti che violano il diritto d'autore (scaricando e condividendo file pirata), "ma quella delega in bianco non lascia presagire nulla di buono. Potrebbe essere la nota misura della disconnessione coatta degli utenti da internet, la cosiddetta dottina Sarkozy, che questo governo, la Siae e Fimi hanno già dichiarato di apprezzare". Dottrina che però è ancora in forse e ha già ricevuto una bocciatura dal parlamento europeo perché lesivo dei diritti degli utenti.




Sorprende poi un articolo, nella proposta, che con il diritto d'autore non ha niente a che vedere ma che ha il sapore della censura a 360 gradi: "Attribuzione di poteri di controllo alle Autorità di governo e alle forze dell'ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto delle norme imperative, dell'ordine pubblico, del buon costume, ivi inclusa la tutela dei minori".




Insomma, una specie di commissione di censura di quello che sta sul web, come avviene per il cinema, ma con ricadute molto più pesanti: perché andrebbe a porre paletti alla possibilità di ciascun utente di leggere o pubblicare una notizia o un video d'informazione. Su uno sciopero non autorizzato, per esempio, o su alcuni fatti potenzialmente diffamanti per un politico. Si noti che una norma simile, il Child Safe Act, voluto da Bush, è appena stata dichiarata anticostituzionale negli Usa. L'Italia andrebbe quindi contro tendenza, se passasse la proposta.




A contorno di tutta la vicenda c'è un giallo. In rete i primi commenti hanno attribuito la proposta alla Siae, che siede al Comitato. La Siae nelle scorse ore ha smentito quest'attribuzione, ma senza entrare nel merito del documento. Ha smentito, insomma, solo di esserne il padre, ma non ne ha negato l'esistenza. Addetti ai lavori continuano però a sospettare che sia stata proprio la Siae a redigerlo. Il motivo è che il nome della Siae appare indicato come l'autore del documento, nelle proprietà del file della proposta di legge trapelato agli addetti ai lavori (e che Repubblica.it ha potuto leggere).




"Crediamo che adesso, dopo questa polemica, si possa tornare a discutere prendendo le distanze da quel documento. Così, del resto, il governo ci aveva promesso: il ministro Sandro Bondi (per i beni e le attività culturali) aveva detto infatti che la proposta di legge sarebbe arrivata al Comunicato solo dopo una consultazione con le varie parti", dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo. Consultazione che ancora non è avvenuta. Ecco perché i consumatori si sono sentiti traditi all'arrivo di questa proposta di legge.

(27 gennaio 2009)

Ovviamente se la bozza fosse già legge non avrei mai potuto postare l'articolo di Repubblica...

venerdì 5 dicembre 2008

Italia, provincia del Vaticano

L'arresto di due marocchini, sospettati di progettare attentati terroristici ai danni dei sacri supermercati italiani, ha risvegliato le coscienze civili ed ha riproposto l'annosa questione delle fedi, diverse da quelle cristiane, professate sul suolo patrio.

Per l'intelligencija politica nostrana non sono da sottovalutare questi strani luoghi di culto, le moschee, dove non si comprende quanto dicano i frequentatori e quindi qualcosa di losco dev'esserci di sicuro.

Con la mente sono volato a qualche settimana fa, quando, in quel di Sesto San Giovanni, mentre ero in fila al banchetto dove firmare per il referendum contro il Lodo Alfano, mi giungevano le stridule voci di un megafono attraverso il quale gli attempati attivisti di Alleanza Nazionale, al coperto del loro gazebo, invocavano un'analoga raccolta firme per scongiurare l'apertura di una moschea all'interno del comune. L'argomento dei nipotini del postfascismo in doppio petto era: non possiamo permettere che arrivino qui da noi persone che non rispettano la nostra Costituzione. Cominciare una polemica sarebbe stato fin troppo facile: chi accusa i musulmani di non rispettare la nostra Costituzione, non si sa bene in base a quale evidenza probatoria, non dovrebbe proibire la costruzione di una moschea, violando così gli articoli 3, 7, 8, 19, 20, 117/c della medesima Costituzione che garantiscono libertà di culto. Insomma non si può negare la libertà di culto agli altri, contraddicendo sicuramente la Costituzione, usando come motivazione ipotetiche violazioni della stessa Costituzione. Polemica non ci fu perchè ho sempre amato misurarmi con avversari degni di me, e francamente i signori di AN, ai miei presuntuosi occhi, non lo sono mai sembrati.

Ma il problema esiste. La difesa ad oltranza dei musulmani oltre che sterile rischia di essere un boomerang: tra di loro c'è sicuramente chi interpreta la propria fede come una Guerra Santa, ma negare la libertà di culto a tutti i musulmani solo perchè tra di loro vi è una minoranza deviata, sicuramente infinitesimale, è antistorico ed incivile, oltre che incostituzionale. Per questo l'idea di Maroni, quella luminosa di introdurre una moratoria per le moschee, come fossero mine antiuomo, o una pena di morte, è risibile. Le argomentazioni addotte sono davvero da Stato guida di nuove civiltà: "Il ministero dell'Interno ha fatto una ricognizione completa sulle moschee esistenti in Italia. Purtroppo non è mai agevole distinguere tra luoghi culto e luoghi in cui si svolgono altre attività, come anche reclutamento e la raccolta di fondi per finanziare il terrorismo e la preparazione di attentati".

Insomma l'ariano Maroni propone di mettere una pietra sulle moschee non perchè tutte coinvolte in preparazione di attentati terroristici ma semplicemente perchè lo Stato non ci capisce un tubo. Sarebbe come chiedere di mettere i sigilli a tutte le chiese d'Italia perchè in qualche sagrestia qualche prete ha inchiappettato qualche bambino. Evidentemente al ministro Maroni basta chiudere le moschee per eliminare il problema, come se l'odio dell'integralismo possa germogliare esclusivamente tra quattro mura e non addirittura esacerbarsi col divieto di culto.

Maroni ha inoltre detto: "Dire no pregiudizialmente solo perché la proposta arriva dalla Lega è il solito balletto dettato dal pregiudizio ideologico". Il ministro può stare tranquillo: la sua proposta è censurabile a prescindere. Non c'entra la danza. Pronunciata da qualunque altro italiano non avrebbe maggiore credibilità. Semmai, in sua difesa, c'è da dire che avanzata da lui desta poca sorpresa: l'avesse proposta, che so, Bertinotti, ci saremmo chiesti se per caso non si fosse bevuto il cervello. Avanzata da lui ci pare coerente col quadro generale. Infatti proprio oggi ha detto: "Scioglierò le associazioni a rischio".

Insomma pare proprio che l'unico modo per risolvere i problemi sia chiudere, mettere i sigilli, proibire. Cercare di risolvere tentando di capire di cosa si tratti, sforzandosi di comprendere cosa ci si trovi davanti, forse, è chiedere troppo.

Per la fortuna dei fratelli musulmani arriva puntuale il parere della Chiesa. Il presidente del pontificio consiglio della Cultura, oltre che star di Mediaset, monsignor Gianfranco Ravasi, interviene dichiarandosi favorevole alla costruzione di nuove moschee, ma solo a condizione che lo Stato (per fortuna italiano, non pontificio, ma tant'è...) controlli. Cosa? Che non costruiscano bombe, direte voi. No. Che non facciano politica. "Da un lato bisogna riconoscere la legittimità del luogo di culto; d'altra parte questo non deve diventare un modello diverso. (Quindi, se una moschea assume finalità politiche) eterogenee alla propria identità religiosa lo Stato esige una verifica e ha il diritto di intervenire. Io capisco che per alcune culture tante volte è difficile distinguere come distinguiamo noi, ma la nostra è una società occidentale che distingue tra ambito religioso e ambito politico, 'A Cesare quel che è di Cesare'''.

Insomma la Chiesa si propone come modello di religione che non tocchi la politica degli stati sovrani e che concede a Cesare (spero non Previti) quel che è di Cesare (spero non Beccaria). Infatti negli ultimi duemila anni mai si è assistito all'ingerenza dello Stato Città Del Vaticano nella politica italiana. Se abbiamo la legge sulla fecondazione assistita più mortificante e limitante del mondo è solo perchè il nostro legislatore ci tiene a far viaggiare in giro per l'Europa le donne sterili italiane, per migliorare la loro cultura. Se non abbiamo una legge che tuteli le coppie di fatto, specie se dello stesso sesso, è solo perchè il Parlamento italiano si sta ancora lacerando per realizzare la soluzione migliore per il nostro progresso civile. Se non esiste una legge che consenta una fine dignitosa per i malati terminali è solo perchè la nostra classe medica si ritiene in grado di risvegliare anche i morti, o se non altro di tenerseli in busta paga anche da tali. Se ogni tanto si torna a ridiscutere sulla legislazione che regola l'aborto è solo perchè le donne italiane non si sentono ancora pronte a decidere da sole per il proprio destino, e quindi amano periodicamente demandare al parlamento la soluzione delle proprie perplessità.

E, da ultimo, se lo Stato non si fa scrupoli nel tagliare centinaia di milioni di euro alla scuola pubblica, nonostante la protesta lunga ed estenuante di decine di migliaia di studenti e relative famiglie, ma gli basta una telefonata per ridare alle scuole cattoliche ciò che aveva tentato timidamente di sottrarre, è solo perchè ha ben presente su quali banchi si insegnino meglio le materie fondamentali per lo sviluppo della futura classe dirigente.

La Chiesa, in tutto questo, non ha colpa. Non confonde politica con funzione pastorale. Da a Cesare quel che è di Cesare. In questo senso, i musulmani d'Italia hanno ancora tanto da imparare.

giovedì 4 settembre 2008

Libertà sul web e caso Ruta: sentenza shock!


Ho ricevuto da più parti l'invito di postare il comunicato stampa seguito alla condanna di un blog, reo ufficialmente di non essersi iscritto presso la cancelleria del tribunale di appartenenza, come se fosse stato un normale periodico. Qualcuno sospetta che dietro la sentenza si celi l'ennesimo tentativo di affossare l'unica informazione libera rimasta in Italia, cioè quella dei weblog. E maliziosamente mi chiedo se l'impegno antimafia dello storico Carlo Ruta, colpito dalla condanna, c'entri. Ricordiamo, e non è un caso, che nella classifica mondiale della libertà di stampa l'Italia sguazza intorno al 42esimo posto, dopo paesi che consideriamo razzisticamente inferiori come il Mali, la Namibia o il Benin. Nella cartina pubblicata di lato vedrete l'Italia colorata di giallo, inserita cioè tra i paesi nei quali la libertà di stampa è parziale. Meditate gente, meditate.


Comunicato stampa


Le motivazioni della condanna non appartengono ai contesti di una vera democrazia. Secondo il giudice, il blog Accadeinsicilia era addirittura un giornale quotidiano. Per l’informazione in rete potrebbe essere l’inizio del countdown.

Il testo della sentenza emessa dal giudice Patricia Di Marco, che per la prima volta in Italia e in Europa ha condannato per stampa clandestina il curatore di un blog, non solo legittima la preoccupazione e la protesta che si sono levati dalle rete e dal paese negli ultimi mesi, ma offre ulteriori motivi di allarme. Come attestano le carte processuali e le note informative della polizia postale di Catania, la periodicità regolare di “Accadeinsicilia” non è stata assolutamente provata. Non poteva esserlo del resto, trattandosi di un normale blog. Il giudice conclude nondimeno che il sito citato non era soltanto un periodico: era addirittura un giornale quotidiano, condotto in clandestinità. Un assurdo, evidentemente: ma per far quadrare il circolo di una condanna necessaria, a dispetto della discontinuità di pubblicazione che emergeva dai dati, non ci poteva essere altra soluzione.

Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia, sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico ben quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione. La gravità della condanna di Modica, pur rappresentativa del “senso della giustizia” che vige in taluni ambiti della frontiera siciliana, va comunque ben oltre gli scenari di riferimento, recando un naturale riscontro nell’attuale situazione politica, che sempre più pone in discussione le libertà sancite dall’articolo 21 della Costituzione.

Lontana dai motivi di una vera democrazia, ma prossima alle logiche che vigono a Teheran e a Pechino, la sentenza siciliana apre di fatto un varco pericolosissimo, offrendo ai potentati italiani, sempre più timorosi della libertà sul web, un precedente per poter colpire i blogger scomodi, i siti che fanno informazione libera, documentazione, inchiesta. E´ quindi importante che la risposta a tale atto, già imponente in rete e significativa in altri ambiti, si estenda ulteriormente.

Giovanna Corradini (redattrice)
Nikos Klitsikas (storico - Grecia)
Paolo Fior (giornalista)
Nello Lo Monaco (geologo)
Vincenzo Gerace (cancelliere)
Roberto S. Rossi (giornalista)
Carlo Gubitosa (giornalista scrittore)
Carla Cau (associazionismo ragusano)
Serena Minicuci (giornalista)
Vincenzo Rossi (giornalista)
Teodoro Criscione (studente)
Antonella Serafini (giornalista)

Per contatti e informazioni: accadeinsicilia@tiscali.it - cell. 347-4862409 - www.giornalismi.info/vociliberePer testimonianze: carlo.ruta@tin.it


Si prega di pubblicare e diffondere il presente comunicato. Viene altresì suggerita la pubblicazione e la diffusione della sentenza, trasmessa in allegato, ritenendo sia importante farne conoscere appieno i contenuti, ai fini della discussione e delle risposte possibili. Si ringrazia vivamente.


(4/9/2008)