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lunedì 3 dicembre 2012

Tanto per capire se ogni tanto passa qualcuno...




Se c'è una cosa che ho capito in questi ultimi anni di assenza dai blog è che questi ultimi sono stati colpiti quasi a morte dai social network come Facebook, Twitter o Instagram, soprattutto perché internet, con l'esplosione di mezzi come iPhone e iPad, richiede sempre maggiore sintesi, e se le persone riescono a narrarsi usando uno spazio ristretto come 140 scarni caratteri vuol dire che non hanno più bisogno delle vaste praterie di un post. Non è un caso che abbia trovato nella mia timeline di Twitter "vecchi" blogger come Pellescura, Cristiana o Marina di Inezie Essenziali. 
Nel tempo analizzo meglio gli strumenti, e le persone che li animano, e mi accorgo che tanti hanno anche un blog, che siano i gloriosi Blogspot o Wordpress oppure metablog come Tumblr. E così mi rendo conto che le persone hanno bisogno di esprimersi con battute fulminanti (come nella continua gara di Twitter), di condividere le immagini delle proprie giornate (su Instagram), ma anche di prendersi delle riflessioni più elaborate. Succede allora che il vetusto blog (che pure in origine era stato pensato come strumento di comunicazione sintetica) può essere più efficace di Facebook, per le sue caratteristiche di democraticità ed universalità, rispetto all'eccessivo controllo dei contenuti da parte dei gestori del "faccialibro", ma anche terreno dove misurarsi con la propria capacità di scrittura, dove non bastano certo una manciata di caratteri per dimostrare di essere maestri di pensiero. Su Twitter ho avuto il piacere di leggere i brevi contenuti di menti eccelse (uno su tutti, Frandiben, un genio assoluto), ma purtroppo la maggior parte delle cosiddette twittstar, nel loro continuo agonismo di arguzia, umorismo, intelligenza, finiscono per comunicare idee banali e scontate, salvo poi essere pronte ad azzannare al collo chiunque abbia la medesima facile idea, rivendicandone la primigenia paternità, in un continuo stucchevole battibecco che i 140 caratteri non servono certo ad arginare. Internet è piena di gente che a chiacchiere vorrebbe tutto libero, dai film alla musica, salvo poi minacciare chiunque copi loro una battuta triste ed infelice. 
Inoltre i nuovi social hanno come difetto principale un'eccessiva volatilità dei dati, propongono contenuti che invecchiano nell'ordine di secondi. Il post di un blog è ancora disponibile dopo anni, restituisce un percorso di creatività e di crescita molto meglio del famigerato diario di Facebook o della forzata sintesi di Twitter.

Anni, già. 
Cosa ne è stato di me e del mio blog, negli ultimi anni? 

Il blog che aveva originato tutto (Finazio, aperto nel 2006, un'eternità fa, secondo i parametri internettiani) visse di glorie e morì di disavventure giudiziarie. I cattolici, specie quelli di destra, in chiesa promettono di porgere l'altra guancia ma appena escono sul sagrato se lo scordano immediatamente. Anzi. A quello seguirono altri blog, tutti dalla vita brevissima (Padre Joseph, Frankenstin, Cioccolatini Avvelenati, Chiamami Papi, Diario di un malandrino matricolato, WebNonna, Psychonursing, etc) perché arrivava immancabilmente qualcuno a ricordarmi che una diffida è una diffida, che quando arrivi Gesù non lo sa neanche il Papa ma quando arriva l'ufficiale giudiziario lo può scoprire tutto il condominio. Che poteva essere addirittura peggio qualora se ne parlasse troppo. Che le querele potevano essere allargate a chiunque pensasse soltanto di prendere le difese di quel mascalzone del sottoscritto. 

La libertà di espressione è come una meretrice: sembra disponibile per tutti ma non tutti se la possono permettere. 
Così ho finito per tenere fuori dalla mia vita  persone eccezionali (da Irnerio ad Anna, per non parlare di Cristiana, che mi aveva praticamente adottato) che, immaginavo, avrebbero dato battaglia per me, a costo di rischiare di persona. Persone che non volevo coinvolgere nelle mie disavventure, così, dolorosamente, le ho estromesse dal mio quotidiano, ho dato loro l'impressione di essere un ingrato narcisista che da un giorno all'altro ha smesso di salutarli. Non sono riuscito a stare accanto (sia pure solo virtualmente) ad Anna durante il dramma del terremoto abruzzese. Non ho fatto sapere a Marina quanto le fossi vicino quando aveva bisogno di sostegno. Non ho dato uno straccio di spiegazione ad Irnerio e a Cristiana. Mi sanguina ancora il cuore per questo. Non ho abbastanza forza per chiedere loro scusa con tutta l'energia di cui ci sarebbe bisogno.

Un po' col tempo, un po' con la carta bollata, si arriva a questo spazio, che in parte recupera materiale precedente. Nel frattempo era cresciuta la personale disillusione verso questi strumenti, e la voglia di continuare era prossima allo zero. Mi sono appassionato ad altri mezzi espressivi, che già covavano, finché Twitter non mi ha risvegliato la mano da scrivano dal torpore.

La persona dietro tutto questo, ossia il sottoscritto, nel frattempo è cresciuta. Oserei dire invecchiata, se non corressi il rischio di offendere qualcuno che sia nato ancor prima di me e che rispetto al sottoscritto è molto più sveglio e vitale. Nella breve biografia richiesta dal profilo Twitter mi descrivo con sole quattro parole: gay ateo comunista terrone. Sarà per questo che ho pochissimi follower.

Nel maggio scorso, nel giorno del nostro decimo anniversario di "fidanzamento", mi sono sposato col mio compagno. Naturalmente non in Italia. 
A New York City. City Clerk di Manhattan. Matrimonio valido in tutti i paesi civili. Naturalmente non in Italia.
E così il cognome Grimaldi, che usavo come alias in suo omaggio, è diventato legalmente parte del mio vero cognome. Naturalmente non in Italia.
Vivo sempre vicino Milano, anche se non so ancora per quanto. Nel nostro futuro potrebbe esserci Stoccolma oppure New York. Potendo scegliere, e non potendo proprio fare altrimenti, preferirei New York. Almeno conosco già il cattivo inglese che vi si parla. Di imparare lo svedese proprio non se ne parla. Già trovo raccapricciante il catalogo di Ikea, figuriamoci il dizionario. Lo so, non si finisce mai di ricominciare daccapo. 
Sono ulteriormente ingrassato. Sono passato da una Renault Megane ad una Volkswagen Golf. Non uso più computer desk con Windows ma solo portatili Apple. Leggo, scrivo, gioco, elaboro foto e navigo quasi solo con iPad. Sul posto di lavoro sono passato da "ultimo arrivato" a "uno degli anziani". Ascolto sempre Fossati e Mannoia, ma anche Mina e Gaber, ma anche Madonna e Beatles, ma anche un mare di podcast. Sarà per la troppa varietà che mi si è abbassato l'udito.

Il nostro cane Joy ha compiuto negli ultimi giorni nove anni. Quando aveva sei mesi scarsi chiedemmo alla veterinaria se fosse normale tanta esagitazione. Ci disse che si sarebbe calmato crescendo. Ecco, non vorrei minare le sue convinzioni, ma in questo caso ha toppato clamorosamente: è ancora un adorabile scassacazzi, e non lo vorremmo diverso da com'è.

La nostra cagnetta Charlina va per i quindici. In aprile 2010 le è stata asportata la milza. Ci teneva attaccato un tumore più grande della milza stessa. Secondo la veterinaria difficilmente sarebbe vissuta ancora 10-12 mesi. Durante l'aprile 2011 la guardavo come se potesse morire da un momento all'altro, ma Charlina non lo sapeva che doveva morire, ed infatti ancora oggi è viva, e sembra anche piuttosto in forma. Ci guardiamo bene dal dirle che doveva morire un anno e mezzo fa.

Ho perso mio padre. Non per distrazione. Il prossimo 5 gennaio saranno già tre anni. Prima o poi scriverò dei suoi ultimi giorni. Potrebbe venirci un soggetto per un film di Ozpetek, uno di quelli in cui si ride, poi muore qualcuno, si piange, poi all'improvviso si ride di nuovo.
Mia madre, nel 1967, voleva recarsi a Venezia, per il viaggio di nozze, ma non ci fu verso: troppo lontana da Napoli, troppo costosa per le loro possibilità. Il viaggio toccò prima Pompei, quindi, temerariamente, Roma, ma solo per tre giorni. Venezia era rimasto il sogno proibito durante tutto il quarantennale matrimonio. Dopo la fine di mio padre, alla tenera età di 73 anni, mia madre si è trasferita a Venezia. Adesso mi sento un poco veneziano anch'io.

Direi che per stavolta basta così. Come vedete, ci vuole poco per disimparare la sintesi: basta avere spazio e la famiglia giusta.

domenica 4 aprile 2010

Fra' Ciccio - Preti zozzoni e diavoli impiccioni



Striscia La Novizia
L'informazione pretesca a cura di Fra' Ciccio Da Pozzuoli




Cari fratelli, giudiziose sorelle, amati bambini,

nel porgervi i più sinceri avguri di una Pascua gioiosa nel ricordo della morte di Vostro Signore Gesù Cristo, vi arricordo le notizie cattoliche più importanti degli ultimi giorni.

In questi santi giorni la nostra amata Chiesa sta al centro di un burdello mondiale perchè, tanto per cagnare, dicono che ci sono troppi preti che fanno le zuzzarie coi bambini e che tutti gli altri, i vescovi e compagnia cantando, li accummogliano, cioè li proteggono. Ma per fortuna ci stà il nostro stimato collega Raniero Cantalamessa, che ci ha un cagnomo che è tutto un programma, che le ha cantate chiare a tutti quanti, dicendo che tutto il burdello che si sta scatenando contro il Santo Babbo BenedettoinSedicesima è come l'antisemitismo! Arapiti cielo! Si sò incazzati tutti quanti e perfino il Vaticano ha detto, anche se non proprio così ma l'ha fatto capire, una cosa tipo: Raniè, allanama r'a palla! Mi pare giusto non dover scomodare l'antisemitismo per queste cose, io direi di astiparlo, di conservarlo, per quando possiamo farlo fruttare overamente. Come negli anni Trenta, per esempio.

Padre Amorth, che pure lui ci ha un cagnomo che è tutto un procramma, ha detto che tutti gli inciuci sul Vaticano che proteggerebbe i preti che fanno le zuzzarie coi bambini è tutta opera del Diavolo. E volevo ben dire! A parte il sottolineare il culo che abbiamo noi religiosi che possiamo dare al Diavolo la colpa di qualunque scuncezzeria, vi arricordo che Padre Amorth qualche settimanella fa ci ha informati pure del fatto che il Diavolo ha scatenato la crisi economica, la crisi dell'Alitalia e il burdello nella Striscia di Gaza. Che figlio di zoccola che è questo Diavolo, nè? Mò che ci penso, stammatina, uscendo dal convento, sono fernuto col sandalo nella cacca di un cane: vuoi vedere che è stato il Diavolo pure per questo e che in verità aveva cacato lui e non un cane?

Il prete Claudio Ballerini è stato condannato a sei mesi di carcere, e manco per la prima volta, per atti osceni in luogo pubblico. Pare che il santo prete aveva l'abitudine di far prendere aria all'uccellino in presenza di altre persone, a volte adolescenti. Sicuramente sarà stata colpa del Diavolo! Infatti la Casa del Diavolo proprio vicino Perugia è! Adesso, per colpa di un giudice sicuramente ateo, l'uccellino dovrà stare chiuso in gabbia per sei mesi, con tutto il prete attaccato vicino. Che inciustizzia!

Un prete è stato arrestato perchè pare che fusse complice di un gruppetto di bravi figliuoli che riciclava i soldi all'estero. Il sant'uomo stava solo applicando il principio crescete e moltiplicatevi, e non sta scritto da nessuna parte che questo principio non si può applicare ai soldi. Se l'hanno arrestato sarà stato sicuramente per colpa del Diavolo, visto che il poverino non ha fatto niente di male. Non si è neanche fatto una pippa in pubblico!

Pace e bene!

(4/4/2010)

sabato 20 marzo 2010

La vergogna della Lega Nord


Non mi piace infierire su persone che non stanno bene, anche se sono ministri di questo agghiacciante governo. Per questo non scriverò tutto quello che penso del signor Bossi, delle sue idee pseudopolitiche e dell'odio sociale che hanno seminato negli ultimi vent'anni nel nostro paese. Scriverò solo che mi auguro sia venuto a conoscenza della storia della signora Ada Stefan.

Ada Stefan è una cittadina di Vittorio Veneto, comune a guida leghista. Si è macchiata della grave colpa di aver gridato "Vergognatevi!" durante un consiglio comunale. Non mi dilungo, la storia e le motivazioni potete leggerle qui.

Quello che chiedo a Bossi è di fare tutto il possibile affinchè il procedimento giudiziario verso questa donna sia cancellato, perchè un paese in cui i potenti possono manipolare gli appalti ed i piani regolatori a proprio piacimento restando impuniti, mentre i privati cittadini che alzano la voce finiscono sotto processo, è un paese che ha perso la strada maestra della democrazia e si ritrova nelle nebbie di un soffocante dispotismo.

Lo chiedo soprattutto perchè il signor Bossi, proprio in un recente comizio, ci ha tenuto a ribadire che "da noi chi viene preso a rubacchiare viene mandato subito via. Certe cose nella Lega non succedono perché io conosco tutti e chi sgarra viene cacciato".

Il suo riferimento era rivolto soprattutto a Prosperini, ma un sopralluogo a Vittorio Veneto glielo consiglierei lo stesso. E che non faccia eccezioni su chi è da cacciare e chi no, perchè come eccezione credo basti lui stesso, condannato ad 8 mesi di reclusione per la tangente Enimont nel 1994, e non si è ancora cacciato, anzi è diventato ministro.

Se dovesse essere condannata la signora Stefan sarebbe quantomeno grottesco.

(20/3/2010)

giovedì 4 febbraio 2010

Carlo Taormina e le leggi ad personam di Silvio Berlusconi


Non credo che ci sia bisogno di commentare la preziosa intervista che Alessandro Gilioli ha fatto a Carlo Taormina e pubblicata sul suo spazio web il 29 gennaio scorso.



«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».
Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.
Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».
Mi spieghi meglio.
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».
E perché?
«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimento».
E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?
«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».
Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?
«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».
Come fa a esserne così certo?
«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».
Tipo?
«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».
Che all’epoca era Presidente della Repubblica.
«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».
Quindi?
«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».
Pentito?
«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.
A chi si riferisce?
«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».
Prego?
«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».
Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…
«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».
E perché?
«Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».
Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?
«E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».
(4/2/2010)

sabato 12 dicembre 2009

Depenalizziamo tutti i reati dei ricchi


Nei giorni in cui si torna a discutere delle presunte collusioni mafiose del capo del governo mi torna alla mente la voce circolata poco tempo fa su possibili manovre per rendere inoffensivo il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, delitto del quale si cerca di provare la colpevolezza di probi uomini come, guarda caso, Marcello Dell'Utri e lo stesso Berlusconi.
Che strano concetto che la destra ha di Ordine Pubblico e Legalità. La campagna elettorale prima, e il lavoro del governo dopo, hanno convinto gli italiani che gli unici delinquenti di questo paese sono gli stranieri, specie se poveri e disperati, i ladruncoli, gli ultimi, i diseredati. Al contrario, se si cerca di stabilire eventuali connessioni tra potere politico, finanziario e mafia, quando cioè si sfiorano gli intoccabili, ci si trova di fronte a manovre della magistratura comunista.
Per i reati normalmente commessi da imprenditori, magnati ed uomini d'affari in genere esiste una neanche più tacita indulgenza. Ad esempio, grazie al presidente operaio Silvio, non esiste più il falso in bilancio, e con lo scudo fiscale si è dato un colpo di spugna anche a gravissimi reati finanziari come l'esportazione di valuta, senza considerare i continui condoni fiscali che ovviamente favoriscono soprattutto chi ha tantissimo da regolarizzare.
Dal momento che la legge non è più uguale per tutti e che ci si avvia alla indianizzazione della società con la divisione della popolazione in caste ben definite, proporrei la depenalizzazione anche di altri reati che potrebbero disturbare il sereno lavoro degli oligarchi nostrani.
La bancarotta fraudolenta, per esempio. Possibile che un onesto imprenditore non possa fare della propria azienda quello che vuole? Chiamiamola inconveniente finanziario e non se ne parli più.
Che dire della corruzione? Cos'è se non una serena transazione finanziaria tra privati cittadini? C'è bisogno di scomodare i giudici comunisti e invidiosi per questo?
E l'estorsione? Vi sembra giusto che un impero economico come la mafia abbia bisogno di chiedere il pizzo ai commercianti per sopravvivere? No, chiamiamola imposta privatizzata (si potrebbe addirittura dare un appalto vero e proprio alle cosche) con recupero crediti stabilito alla fonte. Qualora al momento della riscossione ci dovesse scappare l'omicidio si tratterebbe solo di un'anticipazione della conclusione del normale ciclo vitale.
E se proprio un ricco vuole concedersi una rapina, un prestito da usura, un'appropriazione indebita, può sempre sanare l'episodio versando allo Stato il 5% del ricavato ed evitare così la galera. In fin dei conti è quello che avviene già con lo scudo fiscale.
(12/12/2009)

venerdì 11 dicembre 2009

La vergogna di essere italiani


Per uno strano caso del destino l'ultimo post del mio primo blog, morto per disavventure giudiziarie, era su Fabrizio Corona. Lo è anche il primo del nuovo. Condannato ieri a tre anni ed otto mesi di reclusione per il caso noto come Vallettopoli, l'archetipo di una ben determinata tipologia umana ha commentato che si vergogna di essere italiano.

Io invece sono orgoglioso di essere italiano.
Nondimeno, in certe occasioni, anch'io me ne vergogno un po'.

Me ne vergogno quando, all'estero, mi dicono: "Italiano: pizza, mafia, Berlusconi...";
Me ne vergogno quando il capo di uno dei tre poteri dello Stato legifera per poter controllare anche gli altri due, come in una qualunque repubblica delle banane;
Me ne vergogno quando un esponente di un partito di governo insulta uno dei pochi scrittori che mi rendono orgoglioso di essere italiano;
Me ne sono vergognato quando ho dovuto difendermi in un tribunale per aver sfottuto sul mio vecchio blog una sempre più soffocante religione di stato;
Me ne sono vergognato quando, minacciato di morte più volte da attivisti fascisti, non ho ricevuto risposte dallo Stato.

Ma se avessi compiuto delle estorsioni, e fossi stato condannato per questo, non mi sarei vergognato di essere italiano. Mi sarei vergognato e basta.

(11/12/2009)

martedì 20 ottobre 2009

Il Papello originale di Riina modificato da Ciancimino

Una delle notizie che tiene banco in questi giorni è quella relativa al papello, ossia l'elenco di richeste che la mafia pare avesse inoltrato allo Stato come condizione per concludere la cosiddetta stagione delle stragi. Si discute se il foglio consegnato da Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino (l'ex sindaco di Palermo inquisito per mafia che avrebbe materialmente consegnato il papello allo Stato) sia originale o meno. Si dice addirittura che Vito Ciancimino, all'epoca, una volta presa visione dell'elenco delle richieste avesse sbottato commenti poco affettuosi verso il relatore, commentando che le richieste erano tali da essere irrealizzabili, ed avesse personalmente modificato il papello per renderlo più accettabile.

Coi nostri potenti mezzi siamo riusciti a mettere le mani sul papello originale, che qui trascriviamo per dovere di cronaca:




  1. Non liberalizzare mai nessun tipo di droga, che ci facimmo affari assai boni

  2. La lotta alla prostituzzione non deve mai culpiri la bottana o u sfruttatori, al massimo quelle teste di minchia dei clienti

  3. Riapertura delle centrali nucleari, ca cu l'appalti per la costruzzioni e quelli per lo smaltimento dei rrifiuti tossicanti ci arriva manna du cieli per du seculi

  4. Lo Stato la deve finire di far tenere il territorio sotto controllo daì quei fitusi di carabinieri e polizia, se proprio nun pò fare diversamenti ca almeno lo affidasse a chi nun ci capisce una minchia, tipo l'esercito o ronde di privati cretini. Anzi levare quanti più danari possibbili alle forze dell'ordine

  5. Usare la televisione per distrarre la gente con altri tipi di criminalità, tipo i guai commessi da stranieri, stupri, ammazzatine di corna, così che la mafia appari scomparsa

  6. Costruzione del ponte tra Messina e Regggio. Se proprio nun si po' fino a Regggio Emilia, almeno fino a Regggio Calabria. Poi per come fare ci penzamo noautri, voi cacciate solo i piccioli, ca per noi è manna per autri du seculi

  7. Consentire il rientro ufficiale nelle banche italiane dei piccioli che abbiamo annascunnuto all'estero, con una tassa che non sia più avuta du 5 pe ciento

  8. Non rompere i cabasisi sulla fondazzione di un partito politico fondato da un uomo d'onore, degno di fiducia e rispetto. Tutto il proggetto è già nelle mani del nostro riciclatore di soldi milanese di fiducia. Muto a chi sapi u iuoco

  9. Trasferimento immediato di tutti i giudici che rompono i cabasisi su inchieste su noautri e politici amici nostri

  10. Spostare il Festival di Sanremo a Taormina

Pare che Vito Ciancimino decise di apportare sostanziose modifiche al presente papello, riducendolo alla forma che conosciamo, soprattutto perchè gli apparati dello Stato coinvolti non accettarono di spostare il Festival a Taormina.



Z



sabato 17 ottobre 2009

Perchè Silvio Berlusconi si e Marco Carta no?

Lo so che non è un'ipotesi plausibile, ma immaginiamo solo per un momento che Marco Carta, il ragazzino di Amici, vinca il Festival di Sanremo. E lo vinca perchè scelto dal popolo, attraverso il meccanismo poco trasparente del televoto.
In fin dei conti si tratterebbe di una persona che viene dalla televisione, che conosce la potenza mediatica del mezzo e sa usarla per i propri scopi, ed anche se la sua proposta musicale è alquanto reazionaria riuscirebbe a spuntarla su avversari più dignitosi ma con meno appeal, tipo Cammariere, Tricarico ed altri.

Immaginiamo poi che, essendo stato scelto dal popolo, Carta non si preoccupi solo di amministrare il proprio successo e di adempiere ai compiti ai quali è istituzionalmente chiamato (interviste, foto coi reporter, cantare il proprio brano in tutte le trasmissioni, fare serate, etc), ma pretenda, forte del titolo ottenuto non da una giuria ma dal popolo, di cambiare le regole del Festival: che pretenda anche di presentarlo, di cambiare il regolamento, di istituire una giuria che risponda solo a lui e del cui parere se ne fotta perchè loro, i giurati, non sono stati eletti dal popolo come lui ma sono, banalmente, rappresentanti illustri della società.


Ecco, se Marco Carta facesse tutto questo, e non l'ha fatto, pensereste quantomeno che si è montato la testa, nella peggiore delle ipotesi che sia uno stronzo approfittatore. E si tratta solo di canzonette.


Perchè allora, in ambiti ben più importanti per la nostra vita e per la convivenza civile all'interno della società, una persona eletta dal popolo perchè amministri il Paese e che pretenda di sovvertirne gli ordinamenti, usando pretestuosamente come scusa che le sue giurie non sono mica elette dal popolo, come invece sarebbe piaciuto alla mafia, continua a sedere ancora al suo posto?
A questo punto, caro Marco, pretendo che al prossimo Festival tu, e solo tu, conduca la kermesse, canti tutte le canzoni in gara, diriga la giuria e prenda tutti i premi. In fin dei conti sei stato scelto dal popolo.
Z

venerdì 16 ottobre 2009

Il vero scoop sul giudice Mesiano!


Gli eroici alfieri dell'informazione che operano sotto il vessillo della Libertà targato Canale 5 hanno compiuto un altro scoop storico: rivelare al mondo la vera natura del giudice Mesiano, il sinistro magistrato reo di aver condannato Fininvest a risarcire alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro. Con sprezzo del pericolo, e con telecamera nascosta, gli intrepidi giornalisti lo hanno ripreso mentre, da figura losca qual'è, si serve dal barbiere ed aspetta ad un semaforo, distruggendo in questo modo la sua credibilità a colpi di "eccolo che va avanti e indietro".

Ma a Zorro lo scoop sembra alquanto debole, e così scende in campo in prima persona coi suoi potenti mezzi (il mio servitore sordomuto Bernardo) per seguire il giudice con la furbizia e l'agilità della volpe.

E il colpaccio vero arriva! Il giudice è definitivamente sputtanato!

Si è fatta una certa ora. Tra il lusco ed il brusco Mesiano torna dal barbiere, ma stavolta non è per radersi. Il figaro meneghino mette mano all'ometto e simula un rinfoltimento del cuoio capelluto con pennarello Uniposca indelebile, quindi aziona la betoniera per produrre il cerone sufficiente a rendergli il viso liscio e roseo come la mummia di Lenin. Infine, il tocco da maestro: posizionamento di tacchi interni alle scarpe da 12 centimetri e pompaggio della protesi peniena, resa necessaria in seguito all'intervento alla prostata subìta anni or sono.

Agghindato come una troia brasiliana, il nostro telefona ad un amico pugliese per farsi condurre in casa due escort meridionali. Promette duemila euro per ognuna, cena e dopocena. L'amico tarantino chiede se alla sua età se la sente di essere l'utilizzatore finale di due ragazze assatanate, ma il losco satiro risponde che è il miglior amatore degli ultimi 150 anni. Quindi monta sul suo elicottero personale e vola verso una delle sue ville sarde, quella ristrutturata coi soldi dei contribuenti e senza uno straccio di verifica dell'impatto ambientale. Questa sera non può usare una delle sue ville brianzole, quella ottenuta con un'estorsione: serve a sua moglie che ha in programma un'orgia con le sue guardie del corpo. Durante il volo chiama un latitante siciliano rassicurandolo che gli appalti del ponte non corrono rischi. Quindi...

Hey, Bernardo, ma chi cavolo stai facendo seguire, quello non è Mesiano, porca tr...

Vabbè, sarà per la prossima.

Hasta luego, compagneros!


Z

mercoledì 29 luglio 2009

La Legge è uguale per tutti meno uno


Per quanto ci è dato di sapere, non è ancora giunta risposta.


(la foto riproduce la scansione della comunicazione originale effettivamente spedita al Ministro della Giustizia Angelino "Lodo" Alfano - clicca la foto per ingrandire)

(29/7/2009)

lunedì 27 aprile 2009

La legge è uguale per tutti gli stranieri (Otello)

La festa della Libberazione nun mi ha portato nessun beneficio, visto che sono ancora nella comunità a fa' penitenza e nessuno m'ha liberato. Ma quella de l'artroieri comunque è stata 'na giornata proficua perchè mi ha fatto pensare alla libbertà, all'importanza di aveccela e de quanto semo sfigati noi che l'avemo persa. Per colpa nostra, s'intende. Ma ho riflettuto pure che essere un delinquente o no non dipende solo dalle scelte de vita ma anche dalla città in cui se sta', e nun me riferisco ar benessere o alle opportunità de vita. Se c'ha 'na cosa che proprio nun sopporto dell'Italia è che c'ha na legge nova per ogni minuto che passa, e da quanno so' aumentate l'autonomie locali ce stanno vagonate de leggine pure per ogni reggione e comune. Per questo io potrei essere un delinquente o meno puro in base al comune in cui me trovo. Fortuna nostra, e me so' documentato, che la maggior parte delle leggi comunali so' fatte pe' anna' in culo agli stranieri, senno' un ergastolo per ogni italiano nun ce lo levava nisuno.


Per esempio, in provincia de Pordenone, ad Azzano Decimo, nun se po' gira' cor burqa. Fortuna che nun ce l'ho in guardarobba.

A Firenze e Venezia, mica paesotti, nun se po' trasportà merce in borzoni, sacchetti de plastica e simili; pare fatto apposta pe' complica' l'esistenza agli stranieri che fanno l'ambulanti e gireno coi borsoni pieni de robba, come facevano gli italiani magliari in Germania 'na cinquantina d'anni fa, ma me domanno se poi rompeno li cojoni anche alle signore che escono dal supermercato coi sacchetti de la spesa.

A Livraga, vicino Lodi, nun se po' usa' er camper in assetto d'abbitazione. E' fatto apposta pe' scoraggia' i rom a nun fa' bivacchi, ma se un padano ha bisogno de fermasse pe' fa 'n goccio d'acqua o pe' magnasse quarcosa all'aperto je fanno er mazzo puro a lui?

A Palermo invece è vietato qualunque bivacco, senza manco bisogno d'ave' er camper o la roulotte. Almeno so' più sbrigativi.

A Novara nun gradischeno l'assembramenti: se si sta in più de tre perzone in un parco o in un giardino pubblico è già na specie d'adunanza sediziosa, e nun se po' ffa'. Se i Ricchi e Poveri, che so' tre, dovessero 'ncrocià Pupo, che è quasi uno, se ponno parlà solo da lontano. Me sa che i Pooh se separeno per questo.

A Lucca addirittura, ner centro storico, nun se possono apri' locali pe' magna' cose diverse da quello che prevede la tradizione nostrana. E' fatto apposta pe' blocca' li kebbabbari, ma chissà se dicheno quarcosa anche alle pizzerie, che fanno alimenti della terrona zona napoletana, o le spaghetterie, che te servono stì cosi lunghi forse inventati dagli extracomunitari antichi cinesi!

A Rimini, e in tutta la costiera romagnola, è divennato vietato fasse fa' li massaggi in spiaggia. E' stato fatto pe' smorza' er commercio de sti' poveri ragazzi neri che pe' pochi spiccioli giraveno sotto ar sole pe' ddà cinque minuti de gioia a le tardone 'n vacanza. Però così magari le tardone er massaggino se lo ponno fa' fare in privato, e magara i regazzi ce guadagneno quarcosina 'n più.

A Vicenza invece li giovinotti nun se ponno manco sede' sulle panchine: hanno fatto n'ordinanza che permette de sedesse all'aperto solo dai 70 anni in su. E dar momento che in Italia difficilmente 'n extracomunitario arriva a quell'età, se la pija 'n saccoccia per tutta la vita.

A Trieste invece se te trovi senza un tetto e te scappa na pisciatina all'aperto te poi beccà 'na multa de 500 euri belli puliti. Che se li tenevi t'affittavi n'appartamento per un mese pe' piscià tutte le vorte che te scappava.

Inzomma, a pensà a tutte ste cose, l'artro giorno, 25 aprile, ho capito che pe' mme è stata quasi 'na libberazione stà chiuso in comunità, invece de sta' in giro a rischià la galera a ogni giardinetto!

Otello Scaccabarozzi

lunedì 6 aprile 2009

Il mio cane è felice e ride sempre (Otello)


Quanno posso vado in giro pe vede gli altri blog, me piace legge la gente che sa scrive in italiano come se deve, che magari imparo quarche cosa, e che dicheno cose intelliggenti che penso pure io. Me piace la sora Marina, me diverte la sora Cristiana, me fà pensà la sora Caramella, tutti blog che ho conosciuto zompando da uno all'artro. Leggendo quello della sora Caramella però ho saputo una cosa che nun mi è troppo piaciuta: ce stanno in giro troppi stronzi che ammazzano i cani per il gusto di fa' der male a 'na povera bestia. Chi ha avuto un canetto po' ave' solo li brividi a senti' un'infamità der genere.
Puro io ci ho avuto un canetto, anche se per poco. Se chiamava Mustafà, come er cane che aveva Totò ner film La Banda Degli Onesti, pellicola nella quale m'ariconosco pe la sfiga e l'incapacità de combina' quarcosa de serio e remuneroso. Mustafà me faceva mori' perchè pareva che rideva. A vorte stava serio serio a pensa' a li cavoli sua, ma quanno me guardava pareva proprio che rideva. La gente me diceva che nun era possibbile, che li cani nun ridono, che po' pare', ma che nun c'hanno er core o l'intelligenza pe ride. Io penzavo che se politici illustri stanno sempe a ride, e manco loro c'hanno er core o senzibbilità, e anzi più rideno e più te l'hanno messo ner bucio, lo poteva fa' anche Mustafà, che almeno nun rompeva li cojoni a nessuno e che voleva bene a tutto er monno.
Ne parlo al passato non perchè nun ce sia più, anzi ce seppellisce a tutti, ma perchè adesso ha messo sù famijia co na cagnotta corta de gamba come lui che je vuole bene, e stanno in una casa de persone che almeno se ponno permette de compra' tanta buona ciccia per tutti e due.
Io e Mustafà ce conoscemmo pe' strada, eravamo du' morti de fame senza arte ne parte, e ce capimmo subito ar volo. Era un cuccioletto piccolo così, avrà avuto quarche mese, e me s'attaccò subito senza mollamme mai. Nun ebbi er core de lasciallo pe strada, me lo portai nella camera ammobbiliata che tenevo affittata in quer periodo, dalle parti della stazione Tiburtina, e ce dovetti mettere der bono e der bello pe convince la padrona de casa a fammelo tene'. Alla padrona nun piaceva, lei aveva paura de li cani e manco quer batuffoletto de pelo con un soriso grosso così riuscì a smoverla. Quanno uscivo per qualche servizietto e lo lasciavo da solo in camera abbajava per la solitudine e la padrona me disse:
"Se quanno eschi er cane m'abbaja de novo te l'avveleno, quanto è vvero iddio!"
Io a iddio nun ce credo tanto, ma alle minacce de quella disgraziata ce credetti subito, così ogni vorta che uscivo me lo portavo sempre dietro, e per lui era 'na felicità ogni vorta che sortivamo dalla tana comune.

Faceva er paino co le cagnette, se pisciava tutti l'arberi dei giardinetti e rimediava biscotti e altri regalucci mangerecci da tutti. Tranne ovviamente che dalla padrona de casa. Ci divertivamo un frego, io e Mustafà.
Una volta, ar Parco Nemorense, nel quartiere Salario, attaccò bottone co na bastardella, mezza volpina e mezza bassotta, che nun ce pensò du vorte prima de fasse snasare la patonza. Mustafà ormai era adulto e sbroccò de brutto: voleva fassela lì, sur posto, senza manco darle un fiore o un buonasera. Fortuna che la padrona della cagnoletta riuscì a portassela via e se giustificò dicenno che la sua Lilli era 'n calore, pe quello era così disponibbile e aperta, sennò manco morta se faceva palpeggia' dar primo che passava. Voj o nun voj, pure la padrona attaccò bottone co mme, come se er calore della cagnolotta se spandesse per l'aria e ce piàsse tutti. Era caruccia, un pò larga de fianco ma na bella pallocchetta, co du zinne che sembraveno un promontorio. Ci raccontai di me, abbellendo un po' la situazione socio-economico-culturale. Je dissi che ero na specie de affarologo tuttologo, che me occupavo de sgombra' cantine e solai, na specie de robivecchi, ma più scientifico. Je dissi pure indove abitavo. Lei era na commerciante, aveva un negozzietto da quelle parti e nun se la passava male.

Tra cazzi e mazzi passammo na mezz'oretta a fà chiacchiere, mentre approfittando della distrazione della pallocchetta, e mezzo nascosto dallo schienale della panchina indove eravamo seduti io e la regazza, Mustafà nun smetteva de scopasse la Lilli. Ce lasciammo co la promessa de rivedecce e ce scambiammo pure i nummeri di cellulare. Insomma sia io che Mustafà avevamo rimediato.
Ma il destino infame, cinico e baro (un fijo de na mignotta, stò destino...) ha voluto che la cosa non avesse seguito. Na sera de un par de giorni dopo ero ridotto alla canna der gas, nun c'avevo manco la metà pe' paga' er mensile alla padrona della stanza e manco na piotta pe compra' na scatoletta a Mustafà. Io potevo pure digiuna' un par de giorni prima de vede' la Madonna der Divino Amore, ma nun avevo er core de lassa' Mustafà a stomaco voto, mentre me guardava co l'occhioni languidi come pe' di': allora, se magna o nun se magna?

Me feci forza e tentai er tutto per tutto. Nun c'avevo manco n'arma finta, un cortello da cucina, gnente che potesse essere intimorente per un furtarello, na rapina, quarcosa. Pensai: già che devo usci' lo stesso cor cane, che sennò la disgraziata me lo fa fori, tanto vale che famo finta che è pericoloso. Tanto a Mustafà mica je dispiace damme 'na zampa, penzai.

Cammina cammina, finimmo ar Salario, e verso le otto de sera me infilai dentro na tabbaccheria, cor volto coperto da 'n fazzoletto come un bandito de un western e tenendo Mustafà ar guinzaglio, sbatacchiandolo pure pe' fallo sembra' più grosso e incazzato.
"Attenzione che c'ho er cane criminale! Damme l'incasso, te!" Strillai, ma in meno di un secondo ariconobbi la tipa che stava dietro la cassa: era la pallocchetta dei giardinetti. Nun finii manco de di' la mia fesseria che da dietro er bancone sorti' la Lilli, e Mustafà le zompò addosso pe' ingroppassela!
La pallocchetta invece de spaventasse me guardò male, m'aveva riconosciuto subito dar cane.
"E' uno scherzo, è uno scherzo!" Cercai de di', ma la regazza m'aveva sgamato de brutto e reggeva sempre lo sguardo incazzato e offeso. Anzi prese er telefono e cominciò a fà un numero. "Annamo Mustafà, qua non è aria..." Ma er migliore amico dell'omo se scorda casa e padrone quanno sta in frega, e a me nun restò che scappare, lasciando Mustafà sur posto a fini' er servizietto.
Mortacci sua. Sua de lei. E anche mortacci mia, che le avevo dato indirizzo, telefono, nome e tutto. 'Na scheda segnaletica le avevo fatto! Feci 'na corza fino a casa ma all'ultimo decisi di nun salire: se la tabbaccara m'aveva soffiato ai caramba magari me li ritrovavo già a casa che m'aspettaveno, mentre la padrona je raccontava peste e corna der sottoscritto. No, meglio anna' a dormi' sotto Ponte Mirvio.
Mentre me dirigevo alla fermata della metro co la morte ner core, anche perchè ero preoccupato per Mustafà, me sono' er cellulare: sullo schermino me comparve er nome della tabbaccara.
"E mo questa che vole?" Penzai. "Se vorrà sfogà, me vorrà insultà." Risposi solo perchè er mio Mustafà era rimasto llà.
"Che voj?"
"Ho capito come fai gli sgomberi nelle cantine e nei solai, tu!"
Me disse.
"Ognuno ci ha er modo suo!"
"Hai anche il coraggio di rispondere? Ma stai zitto, stai!"

"Aho, ma che voj, m'hai denunciato, no? E allora se vedemo in tribbunale!" Facevo er tosto ma stavo a fammela sotto dalla tensione.
"Per il momento non ti ho denunciato." Me rispose, tosta pure lei.
"Ah!" Me sentii rinascere. "L'hai capita allora che era uno scherzo, forse un pochetto de cattivo gusto, pero..."
"Ma che scherzo e scherzo! Tu sei un ladro ed io con te non ci voglio avere niente a che fare. Non ti denuncio ad una condizione."

Ecchila! Lo sapevo che m'avrebbe ammollato un ricatto. Lì pe lì pensai che avevo fatto colpo, che voleva er mio corpo, che m'avrebbe sfruttato, consumato e poi mollato come un pedalino, invece me disse: "Mi lasci il tuo cane."
"Come, er cane?" Sudavo freddo. "Voj Mustafà? Er mio Mustafà?"
"La mia Lilli ci va matta ed anche a me piace un sacco. Tu mi lasci il cane e facciamo finta di non esserci mai conosciuti. Pensaci un attimo. Se ti denuncio e vai dentro comunque ti ci devi separare, chi te lo tiene?"

"Ma se oggigiorno in galera nun ci va più nessuno!"
"Ma i disgraziati come te si, però."
E c'aveva ragione! "Ma è come se me levassi un fijio!" Protestai.
"Si, e tu vai a fare le rapine col figlio! Ma fammi il piacere. Pensa che se stasera al posto mio ci fosse stato mio padre minimo te lo sparava! Ha già sparato alle gambe un paio di tossici che volevano rubare, figurati se non ti sparava il cane. Almeno con me sta bene, ho una casa grande col giardino, mangerebbe come si deve, lo faccio seguire dal veterinario con regolarità, avrebbe una cagnetta con cui farsi compagnia..."
Co lei Mustafà sarebbe stato davero come un pascià! Quasi quasi le chiedevo se me se pijiava puro a mmè! Ero stato un padrone der cavolo, lo so, ma je volevo bbene, e lui me voleva bbene.
"Ma così pensa che l'ho abbandonato!" Ce provai ancora.
"In questo momento, ti assicuro, pensa a tutt'altro."
Insomma, un pò pe fallo stà mejo, un pò pe nun annà in galera, le lasciai er mio Mustafà.
Ma ogni tanto ce passo, quatto quatto, davanti alla tabbaccheria, pe vede' si c'è. E quanno c'è, sente l'odore mio e me vie' a saluta' fuori.

Sta bene, Mustafà, mejo de quanno stava co mme. Je porto i biscotti e le polpettine alla carne, me lo pastrugno un pochetto, lui ride, ed ogni vorta che me ne vado, in fretta pe non famme becca' dalla pallocchetta, me sento mori' dentro come un padre che ha regalato un fijio.

Otello Scaccabarozzi

giovedì 2 aprile 2009

Il primo furto non si scorda mai (Otello)


Il primo furto, come ho detto ieri, è un po' come il primo amore: nun si scorda mai. Lo cantava anche il dottor Jannacci.

Il mio primo furto, e parlo di furto serio, non le cazzatelle da quattro fusaje che fanno tutti i regazzini, lo feci come qualunque novizio che voglia imparare l'antica arte dello sgobbo, cioè cominciando dal gradino più basso, gradino che non mancava di difficoltà e responsabilità.
Ero il palo.

Ciancone e Cianchetta erano due fratelli, tipi sverti de mano usi a fare le serenate cor paletto, cioè esperti nell'aprire i negozi col piede di porco. Il cognome vero era La Cianca ma li chiamavano così perchè tanto era alto e grosso il primo, così era rachitico e rincagnato il secondo. De solito lavoravano con un palo fidato, tale Secco, tarmente bravo che sarebbe passato inosservato anche vestito de bianco a un funerale. Solo che Secco passò inosservato anche sulle strisce pedonali e 'na Cinquecento je diede na botta da mandarlo direttamente ar San Camillo.
Ciancone e Cianchetta avevano bisogno d'aiuto per sgombrare un magazzino di laterizi e così me vennero a cerca'. Me conoscevano perchè avevo cercato di vendere alla loro mamma un cane bastardo raccolto per strada che avevo accuratamente ritinto de bianco e de pallini neri pe fallo sembra' un dalmata de razza, ma loro anche se nun erano animalisti manco pè gnente se n'accorsero subito e me corcarono de botte, prendendosi anche il cane a gratis.

Lo sgobbo non era difficile, se trattava solo de guardasse attorno e de fa' un fischio e dasse a rotta de collo se passava qualche sbirro.

L'intrallazzo era alla periferia della Magliana, in un punto con poche case ed altre che stavano ancora costruendo. Ciancone e Cianchetta avevano adocchiato un deposito di materiale bello grosso di un cantiere di lavori tra i più imponenti della zona. Rompere i lucchetti e infilarsi dentro col camion fu na fesseria. Io stavo fuori, all'angolo dove potevo vede' più strade in contemporanea, de fianco a un'edicola votiva con dentro na statuina della Madonna, brutta che me pareva Maradona.

"Bono!" Pensai. "Così se passa quarcuno posso fà finta di stare a prega'!"

Nun finisco manco di pensallo che passano du vecchiette incartapecorite, sicuramente evase da un cimitero in un attimo de distrazione der custode, che me fissano co sospetto, come cani da guardia davanti ar cancello de 'na villa mentre passa er postino. Io subito fingo de biascica' na preghiera, però sottovoce che non è che me ne ricordassi così tante. Loro se guardano, poi me fissano, poi s'ariguardeno, m'arifisseno, e io me comincio a innervosi'. Me faccio rosso, sudo, me guardo attorno. Sarà stato er core che me batteva forte in petto, sarà stata la testa che andava per li cavoli sua, sarà stata la tensione per il debutto in società, ma cominciai a recita' preghiere inventate dicendo fesserie così grosse che le due vecchiacce me beccarono subito.

"Ma che sta a ffà quello là?"

"De certo nun sta a pregà! Nun conosco nessuna orazione che dice San Gaspare e Giacobbo nun fà sgamà lo sgobbo!"

"Cci sua! Ma che, stanno a rubbà?"

"E certo che stanno a rubbà!"

Mortacci loro, cominciarono a strillare come due sirene d'ambulanza, ed io non riuscivo manco a fischiare, tanto la bocca mi era diventata secca dalla paura. Feci 'na corsa fino al deposito che i due fratelli stavano espropriando e arrivato all'ingresso feci giusto in tempo a scansarmi dal camion, che uscì a tutta velocità. Ciancone e Cianchetta avevano sentito gli strilli delle due bigotte e senza aspettare altri segnali si erano subito dati, senza manco caricarmi con loro.

Nel frattempo era corsa per strada altra gente, richiamata dalle due befane, e me misero in mezzo per menarme, come se j'avessi messo la mano in tasca a loro, uno per uno. Pareva 'na strada mezza deserta, nun me capacitavo da indove sortisse fora tutta quella marmaja.
Me menarono talmente tanto che quanno arrivarono gli sbirri me sentii sollevato.

L'avvocato mio usò i miei lividi per dimostrare che ero stato investito dal camion dei ladri che scappavano, e quella era la prova che non potevo avere niente a che fare con loro. Quali fiji de 'na mignotta sarebbero scappati in camion senza raccogliere il complice? A parte i fratelli La Cianca, se capisce...

Dei testimoni, poi, nessuno aveva avuto il coraggio di ammettere di avermi menato, per non rischiare un'incriminazione per lesioni, per quanto di uno zozzo ladro. Il pubblico ministero s'era quasi convinto ma all'avvocato mio nun bastava e volle metterci il carico, come ho già detto ieri.

Quella volta Regina Coeli nun la vidi, ero novizio e me diedero la condizionale, ma la lezione la imparai: se proprio bisogna rubbà meglio fallo con chi ci si fida ciecamente, evitare come la peste le coppie di fratelli ladri e di vecchie baciapile.
Amen.

Otello Scaccabarozzi

mercoledì 1 aprile 2009

L'avvocato mio (Otello)


L'avvocato mio è un personaggio.

Non ho capito perchè, in tanti anni di richieste di avvocati d'ufficio, m'aritrovo sempre lui. Dice che è destino, che un disgraziato come me può sperare solo in un disgraziato come lui. Sarà, ma me sa che s'è affezionato. Dove lo trova un altro cliente più fisso de me? Se è per questo anch'io non ho molte speranze de trova' un avvocato più spiantato di lui.

La prima volta che l'ho visto, dopo la mia prima cazzata, me se presentò chiedendomi:

"Lo sai perchè Nostro Signore Gesù Cristo è finito sulla croce?"

Stavo a ciancicarmi la capoccia per cercare una risposta consona col catechismo, quanno me sciolse l'indovinello:

"Perchè non aveva un avvocato!"

Pareva 'n tocco de spuzzetta. Insomma un presuntuoso. Era la reclame der detto: giudici e avvocati, mori' ammazzati! Aveva un bel completo gessato blu, novo novo, che in altre occasioni avrei potuto fregaje e rivendermelo per quarche piotta. Adesso, dopo anni, ha sempre lo stesso gessato, che se lo presentassi a quarche ricettatore m'attaccherebbe ar muro.
Diciamo che le nostre carriere sono ite di pari passo da nessuna parte. A volte penso che so' io che je porto rogna.
Nun me ricordo manco come si chiama, per me è solo "l'avvocato mio". Tanto, quanno m'aresteno, è lui che me trova subito, a me nun me costa neanche la fatica de cercallo.

Al mio primo processo (che il primo processo è un po' come il primo amore, nun se scorda mai), sicuro che m'assolveveno, visto che il pubblico ministero nun era manco troppo sicuro della mia colpevolezza e chiese l'assoluzione per mancanza di prove, o tutt'al più il minimo della pena, ebbe la faccia tosta di concludere l'aringa chiedendo l'assoluzzione con formula piena sfidando il giudice con le proverbiali parole:

"Sicuri come siamo della nostra innocenza io vi impongo: date a Cesare quel che è di Cesare! Date a Scaccabarozzi quel che è di Scaccabarozzi!"

Mortacci sua, me diedero il massimo della pena!

Otello Scaccabarozzi

martedì 27 gennaio 2009

Pronta la legge per censurare il web

Berlusconi è contro le intercettazioni delle sue telefonate ma è pronto ad intercettare tutti i nostri pensieri. E' davvero la casa delle libertà...



da repubblica.it di oggi:


"Contro i pirati, censura web"


E' una bozza ma è già polemica











E' arrivata al comitato governativo (sembra messa a punto dalla Siae) la proposta di legge contro la pirateria digitale e ha scatenato l'inferno in rete. A farne le spese potrebbero essere non solo gli utenti ma anche "soggetti come YouTube, a tutto vantaggio di Mediaset e delle altre tv"
ALESSANDRO LONGO











UNA PROPOSTA di legge che, combattendo la pirateria digitale, spinge verso una censura del web. Una censura dall'alto, con un rigore mai visto prima in Italia. E a farne le spese potrebbero essere non solo gli utenti ma anche soggetti come YouTube, a vantaggio di Mediaset e delle emittenti che sentono violati i propri diritti d'autore.




Sono questi aspetti che stanno facendo divampare le polemiche, in rete, sulla prima proposta di legge arrivata al neonato Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale. Il documento è trapelato sul web e pubblicato da Altroconsumo, associazione dei consumatori, che lo boccia allarmata: "Il provvedimento appare arcaico, protezionista e contrario agli interessi dei consumatori e dell'innovazione del mercato digitale".




"Ad inquietare sono numerosi punti di quella proposta", spiega a Repubblica.it Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di internet in Italia. "Per prima cosa, si dà una delega in bianco al governo, per attuare nuove misura a difesa del diritto d'autore. I imponendo responsabilità, in caso di violazione, a utenti e a"prestatori di servizi della società dell'informazione". Chi sono questi soggetti? "Nella proposta si parla anche di provider internet, che però per il diritto comunitario, recepito in Italia, non possono essere responsabili di quanto fatto dai propri utenti. Pensiamo allora che la proposta voglia attribuire responsabilità, ora non certe sul piano giuridico, a soggetti come YouTube e a fornitori di hosting".

"Se passasse questa proposta, certo YouTube perderebbe la causa contro Mediaset e altre emittenti che lo denunciano per la presenza di materiale pirata sul portale", aggiunge Scorza. YouTube (e altri portali analoghi) chiuderebbe in Italia, subissato da cause perse, o sarebbe a cambiare molto il servizio solo per gli italiani.




La proposta non parla di misure contro gli utenti che violano il diritto d'autore (scaricando e condividendo file pirata), "ma quella delega in bianco non lascia presagire nulla di buono. Potrebbe essere la nota misura della disconnessione coatta degli utenti da internet, la cosiddetta dottina Sarkozy, che questo governo, la Siae e Fimi hanno già dichiarato di apprezzare". Dottrina che però è ancora in forse e ha già ricevuto una bocciatura dal parlamento europeo perché lesivo dei diritti degli utenti.




Sorprende poi un articolo, nella proposta, che con il diritto d'autore non ha niente a che vedere ma che ha il sapore della censura a 360 gradi: "Attribuzione di poteri di controllo alle Autorità di governo e alle forze dell'ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto delle norme imperative, dell'ordine pubblico, del buon costume, ivi inclusa la tutela dei minori".




Insomma, una specie di commissione di censura di quello che sta sul web, come avviene per il cinema, ma con ricadute molto più pesanti: perché andrebbe a porre paletti alla possibilità di ciascun utente di leggere o pubblicare una notizia o un video d'informazione. Su uno sciopero non autorizzato, per esempio, o su alcuni fatti potenzialmente diffamanti per un politico. Si noti che una norma simile, il Child Safe Act, voluto da Bush, è appena stata dichiarata anticostituzionale negli Usa. L'Italia andrebbe quindi contro tendenza, se passasse la proposta.




A contorno di tutta la vicenda c'è un giallo. In rete i primi commenti hanno attribuito la proposta alla Siae, che siede al Comitato. La Siae nelle scorse ore ha smentito quest'attribuzione, ma senza entrare nel merito del documento. Ha smentito, insomma, solo di esserne il padre, ma non ne ha negato l'esistenza. Addetti ai lavori continuano però a sospettare che sia stata proprio la Siae a redigerlo. Il motivo è che il nome della Siae appare indicato come l'autore del documento, nelle proprietà del file della proposta di legge trapelato agli addetti ai lavori (e che Repubblica.it ha potuto leggere).




"Crediamo che adesso, dopo questa polemica, si possa tornare a discutere prendendo le distanze da quel documento. Così, del resto, il governo ci aveva promesso: il ministro Sandro Bondi (per i beni e le attività culturali) aveva detto infatti che la proposta di legge sarebbe arrivata al Comunicato solo dopo una consultazione con le varie parti", dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo. Consultazione che ancora non è avvenuta. Ecco perché i consumatori si sono sentiti traditi all'arrivo di questa proposta di legge.

(27 gennaio 2009)

Ovviamente se la bozza fosse già legge non avrei mai potuto postare l'articolo di Repubblica...

sabato 13 dicembre 2008

Diritti umani, embrioni ed omosessuali (Joseph)


Etico Joseph,
Le scrivo perchè ho una gran confusione in testa, e spero che Lei possa essermi utile per fare chiarezza. Negli ultimi giorni la chiesa non ha lesinato dichiarazioni e pareri sugli argomenti più vari, come è usa fare, ma tutte queste parole mi hanno alfine disorientato. Il 10 dicembre il Papa ha rammentato che i
diritti umani sono un dono del Signore e quindi sono misera cosa se goduti al di fuori dell'illuminazione divina. Alla luce di questa dichiarazione chiunque avrà immaginato che la chiesa sia avanti millenni riguardo la difesa dei diritti umani, e che non possano esserci istituzioni, enti sovragovernativi o società di nazioni che possano concepire una difesa dei diritti umani più grande e completa di quella che può teorizzare la chiesa. Ed infatti appena ieri, leggendo i giornali, mi sono reso conto che la difesa dei diritti umani da parte del vaticano arriva all'estremo punto di difendere gli embrioni come se fossero esseri umani a tutti gli effetti, dando parere negativo addirittura al loro uso per ricavare cellule staminali che potrebbero essere fondamentali per la ricerca scientifica, soprattutto per sconfiggere malattie oggi ancora incurabili. Nonostante non siamo più nel medioevo addirittura si sostiene ancora il principio che "nessuno deve sostituirsi al Creatore", anche se non si capisce per quale motivo qualora ci si trovi di fronte ad un malato terminale che morirebbe senza l'assistenza delle macchine, in quel caso ci si possa sostituire al Creatore impedendone la fine naturale. In ogni caso, la mia soddisfazione per la vostra difesa ad oltranza dei diritti umani è stata spenta quando ho letto che il vaticano, appena due giorni fa, ha ribadito che l'iniziativa lanciata dall'Onu per depenalizzare l'omosessualità nei paesi che ancora la considerano un crimine da punire (in alcuni casi anche con la pena di morte) equivale a mettere le coppie gay sullo stesso piano di quelle eterosessuali e questo per la Chiesa è inammissibile. Insomma i diritti umani sono da difendere per uomini, donne, bambini, addirittura embrioni, ma non possono riguardare gli uomini e le donne omosessuali, che possono anche essere torturati o uccisi per non correre il rischio di dover poi concedere loro qualche diritto in più. Sono io che sto semplificando troppo la questione o siete voi che professate carità e comprensione ma di fatto praticate razzismo ed apologia di crimini contro l'umanità? In attesa di una risposta porgo cortesi saluti.
Mario M.


Amoralen Marienm,
io potere rispontere sintetikamente ke emprione fale più ti finokkien perkè ta emprione potreppe anke sfilupparsi futuro papen o feskofo, mentre ta finokkien al massimo si sfiluppa stilisten o kommesso ti krante makazzinen, ma fista tua prolissità io koncete risposten più artikolaten.
Tio kreata umanità et Tio koncete tiritti umanen. Fatikanen est ministero in Terra ti Tio e kvinti tiritti umanen li autoriziamo noi. Kome cià tetto, anke emprione est essere umanen, e noi no fuole ke si facciano kose stranen kon emprione. Emprione est fita. Emprione est pimpo, e noi tifente pimpo.
Io kapisce ke foi komunen mortalen folete ke ricerka scientifiken fata afanti perkè makari può risolfere anke proplema ti malattia ke in futuren può kolpire fostri figli e salfarli, ma noi klerikalen no apiamo figli, almeno no ufizialmenten, e kvinti ce ne spattiamo le pallen. Kiesa sopraffissuta duemila annen anke senza ricerka scientifiken, kvinti a noi no serfe.
Anzi, da kvanto scienza stapilito che terra no est piatta e ke cira attorno a sole ci sta anke un pel poketten sulle pallen. Sekonto foi una relicionen ke ha a suo kapen fekkietten ke si feste tutti ciorni kome a karnefalen per impresionare tonnicciole può mai tifentere scienza, ricerka und raziocinien? Ma stiamo skerzanten?
Per kvanto rikuarten proplema ti tiritti ti finokkien io scioglie tuo tuppio e konferma ke per noi, jahwol, emprione konta più ti finokkien. Se in kvalke paesen si tortura und amazza finokkien solo perkè est finokkien, la kolpa est solo ti finokkien ke si ostina at esere finokkien. Infece pofero emprionen no può fincere ti esere altra kosa: est emprione e nessunen defe aprofittare. Noi koncete pikola apertura in rikuarto: se in futuren si potrà stapiliren se emprionen si sfilupperà in finokkien, alora kvel emprionen potrà essere usaten per sperimentazionen. Ja!

martedì 9 dicembre 2008

New York Times: "Un premier con una mano nell'informazione televisiva denuncia i giornalisti che lo criticano"


Dal New York Times del 1 dicembre 2008 (in fondo la traduzione)





Memo From Rome (di Rachel Donadio)
A Premier With a Hand in TV News Sues His Journalist Critics


ROME — Prime Minister Silvio Berlusconi governs with a solid majority, oversees RAI, the state broadcaster, and owns the country’s leading private television networks.

So why, with all those means at his disposal, does the prime minister continue to respond to his journalist critics not on television or in the press but instead with lawsuits?

In recent years, Mr. Berlusconi has sued the magazine The Economist for writing that he was not “fit to run Italy” and the British journalist David Lane for his 2004 book, “Berlusconi’s Shadow,” which explored the origins of his fortune and noted that some of his associates had been investigated for Mafia ties. Mr. Berlusconi lost those cases in lower court and either has appealed them or still has the possibility of doing so.

Now, he has set his sights on Alexander Stille, America’s best-known Italianist and one of the prime minister’s most vocal Anglophone critics. A lower court in Milan was expected to rule on Tuesday in a defamation case filed against Mr. Stille by a close associate of Mr. Berlusconi. But in court on Tuesday the judge postponed the decision until mid-January at the request of the plaintiff's lawyer, an attorney for Mr. Stille said.

Mr. Berlusconi is not alone in suing reporters. In Italy — where journalists often play fast and loose with the facts and the legal system is devised to protect personal honor — politicians, magistrates and public figures sue journalists so often that the Italian National Press Federation has a “solidarity fund” to help with legal fees and damages.

“It’s one of the intimidation techniques of the political class,” said Franco Abruzzo, a journalism professor and a former editor of the financial daily Il Sole 24 Ore.

And something of a bipartisan sport as well. In 1999, Massimo d’Alema, a former Communist who was then a center-left prime minister, sued a political cartoonist for a drawing that showed him whiting out names in the Mitrokhin Report on Western cooperation with the Soviets during the cold war.

Yet, when the plaintiff is Mr. Berlusconi, the situation inevitably takes on other dimensions.

“What makes it different is that he’s the most powerful politician and richest man,” said Mr. Lane, the Rome correspondent of The Economist and a target of Mr. Berlusconi’s lawsuits. “He controls the media. He’s working from a position of maximum strength.”

Indeed, some see such lawsuits as part of a more troubling pattern in which Mr. Berlusconi tries to intimidate the press — even as he claims that the same news media organizations he largely controls are out to get him.

In 2002, Mr. Berlusconi criticized three left-wing critics — the comedian Daniele Luttazzi, the talk-show host Michele Santoro and the journalist Enzo Biagi — from RAI, which soon canceled their programs. (Mr. Luttazzi and Mr. Santoro eventually returned to television, and Mr. Biagi died last year.)

Today, Italy’s answer to Tina Fey, Sabina Guzzanti, famous for imitating members of the government, and Beppe Grillo, a Michael Moore-style provocateur, are given little airtime on television, albeit for complicated reasons, in spite of their large populist followings. Yet a leading send-up show, “Striscia la Notizia,” routinely mocks those in power and is shown on Mr. Berlusconi’s Mediaset network. In the case to be heard Tuesday in Milan, Fedele Confalonieri, the chairman of Mediaset, is suing over several passages in Mr. Stille’s 2006 book on the rise of Mr. Berlusconi, “The Sack of Rome.”

Mr. Confalonieri objected to Mr. Stille’s having reported that he was investigated in 1993 for illegal financing of the Socialist Party, without also noting that he was later cleared of those charges.

He found fault with Mr. Stille’s assertion that Mr. Berlusconi “has fused his business and private life almost totally,” as evidenced by his appointing Mr. Confalonieri, “his oldest childhood friend,” to run Mediaset.

And he objected to Mr. Stille’s quoting someone who said that many of Mr. Berlusconi’s close associates based their friendships “on blackmail” because they were the ones who knew where “all the skeletons in the closet are hidden.”

Although the assertions were not new and had been reported in the Italian press, Mr. Confalonieri maintained in his suit that they “directly damage the honorability and the reputation” of the parties in question. Mr. Confalonieri and Mediaset are seeking undisclosed damages.

A lawyer for Mr. Confalonieri, Vittorio Virga, said other journalists had avoided lawsuits by publishing retractions saying they now considered Mr. Confalonieri “a gentleman.”

“We shook hands and ‘arrivederci,’ ” Mr. Virga said. But Mr. Stille, he added, “didn’t show any initiative toward making peace.”

For his part, Mr. Stille, a professor at the Columbia University Graduate School of Journalism and the author of several well-regarded books on Italy, said that being sued for printing facts was “a Kafkaesque experience.”

“If they had been sincerely interested in setting the record straight and establishing the truth, they had many simpler ways,” Mr. Stille said.

Mr. Berlusconi’s lawyer, Nicolò Ghedini, said Italian newspapers rarely punished erring journalists so public figures had to defend their names in court. He added, “How come a journalist should have the right to defame?”

Under Italian law, even printing that someone has been investigated can be tantamount to defamation. Yet defamation suits are difficult to win, and public officials are usually on the short end.

But Mr. Stille and others contend that the point is not to win a judgment as much as to intimidate journalists and news outlets with the prospect of a lengthy and expensive court proceeding if they write something unfavorable. “For each of these suits, you may affect the behavior of another 100 journalists,” Mr. Stille added.

Such litigation seems to have an effect.

Mr. Lane, of The Economist, said he was considering cutting all references to Mr. Berlusconi in the Italian — but not the British — edition of his forthcoming book on the Mafia. “I’m too tired of spending my own money,” he said. “There are no medals to be won by being sued by Berlusconi.”



Traduzione


ROMA - Il Primo Ministro Silvio Berlusconi governa con una solida maggioranza, sovrintende la RAI, l'emittente statale, e possiede le principali reti televisive private del paese.

Perchè allora, con tutti questi mezzi a sua disposizione, il Primo Ministro continua a rispondere alle critiche dei giornalisti non sulle televisioni o sui giornali ma piuttosto con querele?

Negli ultimi anni il signor Berlusconi ha denunciato il magazine "The Economist" per aver scritto che fosse "inadatto a governare l'Italia", ed il giornalista britannico David Lane per il suo libro del 2004, "Berlusconi's shadow" (L'ombra di Berlusconi), che indagava le origini della sua fortuna e faceva notare come alcuni dei suoi collaboratori fossero stati indagati per legami con la mafia. Il signor Berlusconi ha perso queste cause in corte d'appello ed ha fatto ricorso o ha ancora la possibilitá di farlo.

Adesso, si sta focalizzando su Alexander Stille, il più conosciuto italianista d'America ed uno dei più ferventi critici anglofoni del premier. La corte d'appello di Milano dovrebbe pronunciarsi martedì su un caso di diffamazione contro Stille iniziato da uno stretto collaboratore del signor Berlusconi. (ma in Corte, martedì, il giudice ha rimandato la decisione a metà gennaio su richiesta dell'avvocato del querelante, ha detto un procuratore del signor Stille).

Berlusconi non è l'unico a chiamare in giudizio i giornalisti. In Italia - dove i giornalisti spesso sono molto prudenti nel riportare i fatti ed il sistema legale è strutturato per proteggere l'onore personale - politici, magistrati e personaggi pubblici fanno causa ai giornalisti cosí spesso che l'ordine nazionale dei giornalisti ha un "fondo di solidarietà" per sostenere le spese legali e i danni.


"E' una delle tecniche intimidatorie della classe politica", ha detto Franco Abruzzo, professore di giornalismo ed ex-editore (in realtà ex-redattore, n.d.t.) del quotidiano finanziario "Il Sole 24 Ore".

Ed è anche uno sport bipartisan. Nel 1999 Massimo D'Alema, ex-comunista all'epoca presidente del consiglio di centro-sinistra, querelò un fumettista politico per una vignetta che lo mostrava mentre cancellava nomi dal dossier Mitrokhin sulla cooperazione dei paesi occidentali con l'Unione Sovietica durante la guerra fredda.

Comunque, quando il querelante è Berlusconi, la situazione inevitabilmente prende altre dimensioni.

"Quello che fa la differenza è che lui è il politico più potente e l'uomo più ricco", ha detto Lane, corrispondente da Roma di "The Economist" e bersaglio delle accuse di Berlusconi. "Controlla i media. Sta agendo da una posizione di massimo vantaggio".

In effetti, alcuni considerano queste accuse come una parte di un più inquietante piano in cui Berlusconi cerca di intimidire la stampa - anche se afferma che gli stessi media di cui ha il controllo più vasto lo perseguitano.

Nel 2002, Berlusconi criticò tre critici di centro-sinistra - il comico Daniele Luttazzi, il conduttore di talk-show Michele Santoro ed il giornalista Enzo Biagi - alla RAI, che subito cancellò i loro programmi (Luttazzi e Santoro alla fine tornarono in televisione, e Biagi è morto l'anno scorso).

Oggi, la risposta italiana a Tina Frey, Sabina Guzzanti, famosa per le sue imitazioni di membri del governo, e Beppe Grillo, un provocatore in stile Michael Moore, hanno poco spazio in televisione, dovuto a complicate motivazioni, nonostante il loro largo seguito popolare. E comunque uno show di punta, "Striscia la Notizia", di norma sbeffeggia i potenti e va in onda sul network Mediaset di Berlusconi. Nel processo di martedì a Milano Fedele Confalonieri, amministratore di Mediaset, accusa molti passaggi del libro di Stille del 2006 sull'ascesa di Berlusconi, "The Sack of Rome" ("Il sacco di Roma").

Confalonieri obietta a Stille di averlo citato come indagato nel 1993 per finanziamento illegale al partito socialista, senza poi far notare che in seguito fu prosciolto dal reato.

Ha inoltre trovato errata l'affermazione di Stille sul fatto che Berlusconi abbia "fuso i suoi affari con la sua vita privata quasi totalmente", come dimostrato dal mettere Confalonieri, "il suo più vecchio amico d'infanzia", a capo di Mediaset.

Ed ha obiettato sul fatto che Stille riporta le parole di qualcuno che sosteneva che molti dei collaboratori più vicini a Berlusconi basavano la loro amicizia "sul ricatto" perchè erano quelli che sapevano dove "erano nascosti tutti gli scheletri nell'armadio".

Anche se queste cose non sono nuove, e sono state riportate dalla stampa italiana, Confalonieri ha sostenuto nella sua accusa che queste "danneggiano direttamente l'onore e la reputazione" delle persone in questione. Confalonieri e Mediaset stanno cercando danni non ancora evidenti.

Un avvocato di Confalonieri, Vittorio Virga, ha detto che altri giornalisti hanno evitato i processi pubblicando ritrattazioni dove dicono di considerare adesso Confalonieri "un gentleman".

"Una stretta di mano e arrivederci", ha detto Virga. Ma Stille, ha aggiunto, "non ha mostrato nessuna iniziativa per fare pace".

Da parte sua Stille, professore di giornalismo alla Columbia University nonchè autore di diversi importanti libri sull'Italia, ha detto che quella di venire accusato per riportare dei fatti reali è una "esperienza Kafkiana".

"Se fossero stati davvero interessati a ripulire la loro onorabilità e stabilire la verità, avrebbero avuto a disposizione modi più semplici", ha detto Stille.

L'avvocato di Berlusconi, Nicolò Ghedini, ha detto che i giornali italiani raramente puniscono i giornalisti che sbagliano, quindi le figure pubbliche devono difendere i loro nomi in tribunale. E ha aggiunto, "Come mai un giornalista dovrebbe avere il diritto di diffamare?"

Per la legge italiana, anche scrivere che qualcuno è indagato può essere oggetto di diffamazione. Anche se le cause per diffamazione sono difficili da vincere e di solito non hanno soluzioni rapide.

Ma Stille ed altri fanno notare che il punto non è quello di vincere un processo, quanto piuttosto intimidire giornalisti ed agenzie stampa con la prospettiva di un lungo e costoso processo in tribunale qualora scrivano qualcosa di sgradito. "Per ciascuna di queste denunce, si può influenzare il comportamento di altri cento giornalisti", ha aggiunto Stille.

In effetti queste beghe sembrano produrre risultati.

Lane, di "The Economist", ha detto che sta pensando di eliminare tutti i riferimenti a Berlusconi nell'imminente edizione italiana - ma non in quella britannica - del suo libro sulla mafia. "Sono troppo stanco di spendere i miei soldi", ha detto. "Non si vincono medaglie ad essere denunciati da Berlusconi".